Carpe Diem, ovvero: it’s a long way to the top if you wanna rock n’ roll

Avatar di matdb80Posted by

alberoNegli ultimi anni, ho avuto modo di entrare in contatto, direttamente o indirettamente, con persone che esponevano teorie su come migliorare sé stessi, su come realizzare i propri obiettivi o i propri sogni. Gli approcci erano abbastanza simili: una “rimescolata” alla minestra motivazionale tratta da autori, coach, formatori di fama internazionale. Ok, ognuno pensa di avere la visione migliore, perciò la racconta e la promuove e, ok, è già stato tutto inventato e non di può certo non considerare che ogni nostro pensiero è in fondo frutto del pensiero di qualcun’altro («Se ho visto più lontano, è perché stavo seduto sulle spalle di giganti», Isaac Newton). Tutto bene. Tutto normale. Ovviamente quello che io stesso penso, non fa accezione, per cui… c’est la vie. Io non ho mai fatto coaching motivazionale, non ho letto saggi o libri motivazionali del tipo “Diventare ricco in 10 mosse” (magari esiste anche un libro dal titolo del genere!)…figurarsi…a me piacciono i romanzi. Ciò che mi ha dato la convinzione che sto per descrivere, è stata l’incertezza di questo mondo. Non c’è niente di certo. Non ci sono “regole d’oro”. Dio gioca a dadi, eccome! Non me n’ero mai accorto perché, tutto sommato, ero protetto. Ero protetto dal benessere economico, dall’espansione continua dell’economia (l’economia si espandeva talmente tanto che nonostante alcuni indicatori economici dicessero da anni il contrario, potevamo permetterci di ignorarli), dalla quotidiana routine di un poco più che ventenne (dell’allora ventenne purtroppo). Scuola, lavoro (tanto anestetizzante lavoro), qualche amico, calcetto, inter (forza inter, sempre), musica, concerti. Con un mare così calmo e placido, cosa volete fosse stato spiegare le vele verso l’isola all’orizzonte pensando magari già a quella successiva? Era ovvio che si potessero fare progetti con un margine di rischio basso (almeno così, razionalmente, ci diceva il cervello), ero, ma credo quasi tutti, erano (e c’è chi ingenuamente lo è ancora), portati a pianificare ciò che sarebbe dovuto accadere tra qualche mese, o addirittura tra alcuni anni. Fare il business plan della nostra vita insomma era normale. Inutile dire che forse oggi (o per meglio dire, da qualche anno), molto è cambiato. All’inizio vivevo questa mancanza di poter razionalizzare in maniera certa tutto, in modo nettamente ansioso (un po’ lo faccio ancora), oggi sto cercando di cambiare visione.

Un grande aiuto a concepire questa idea me l’ha data un discorso che ho sentito fare ad Alex Bellini, l’esploratore italiano, famoso per grandi imprese, traversate oceaniche e quant’altro. Bellini, nel suo intervento, mise in luce come la debolezza fisica e mentale che emergeva in molte delle sue imprese (alle quali giungeva dopo mesi o anni di preparazione), lo spiazzava. Incredibilmente, dopo tutto quell’allenamento, quella preparazione fisica e mentale, appunto, lui si sentiva inerme, vinto dalle sue imprese stesse, incapace di reagire. Tutta la pianificazione fatta con medici, scienziati, preparatori atletici, svanita in un istante. Lui, che nel mezzo dell’oceano, in quella che per me  -profano delle tecniche di mare -, era una zattera con il tettuccio, che piangeva disperato, imprecando contro sé stesso e la sua pazzia che lo aveva portato lontano da casa, dalla famiglia e dagli affetti. Dov’era finita tutta la pianificazione fatta dal suo entourage? I viveri scarseggiavano molto prima del tempo, il fisico e la mente non tenevano più come previsto. Il panico sembrava calare sulla sua impresa, tanto che il pensiero di chiamare i  soccorsi e di farsi venire a prendere in mezzo a quella distesa piatta e solitaria, lo sfiorò più di una volta. Attenzione, voglio subito precisare che la preparazione serve, la scienza non è una barzelletta e lo studio è fondamentale, ma in quel momento sembrava che tutta quella preparazione e quello studio non fossero serviti che a renderlo fragile, apparentemente sconfitto e debole.

Cos’ho capito alla fine? Beh, che anche se non faccio più dei piani a lungo termine, so che  si possono ottenere grandi risultati lo stesso. Come? E che ne so. Se lo sapessi: 1) non lo scriverei qui; 2) sarei milionario. So però una cosa: niente decalogo dell’essere umano di successo, niente pozioni magiche, niente emulazioni forzate di altrui vite. Un solo principio: in qualsiasi momento, in ogni singolo istante della propria esistenza, bisogna dare valore aggiunto a quel momento o alla cosa che si sta facendo. Nessuna lamentela, nessuna insoddisfazione deve mai prevalere, nessuno sconforto. Oggi sono qui, faccio questo e questa, è la miglior cosa che possa fare adesso. Senza questo atteggiamento, non si realizza nemmeno quello che si è sempre sognato di realizzare (anche quando ciò che si fa è distante anni luce dai propri sogni). Io credo che la felicità (che per usare un termine che chissà cosa vorrà poi dire) non sia una prospettiva, una proiezione, l’emulazione di qualcosa o qualcuno. Credo che sia l’esaltazione di un istante, la sua valorizzazione. Quello che mi sono ripromesso di fare è di sfruttare tutto quello che ho ora. Il luogo nel quale mi trovo, il momento che sto vivendo o le persone con le quali sto adesso. Credo che serva abituarsi a valorizzare tutto per arrivare al tutto, per raggiungere traguardi importanti (e non mi riferisco solo al successo nel lavoro o a traguardi economici) . Valorizzare ogni momento della vita è come fare un viaggio lunghissimo, a piedi, in salita e magari con la pioggia e il freddo, ma sapere di potersi fermare ogni 10 minuti a bere una birra e a riposare, di potersi godere quel momento alla grande, consci che tanto, la cima è lì e non si sposta. Il lamento non serve a salire una montagna e nemmeno a vivere una vita. Un pianto si, è uno sfogo, ma poi gambe in spalla e ripartire. Ogni cosa che fai ha il suo perché. Quello che personalmente mi preme, poi, è non cadere nell’errore di dire “quello non lo faccio perché è sbagliato”, che non significa fare le cose a cavolo senza pensarci, ma significa seguire l'”indole” di quel momento. Se si teme che quella sia un cosa errata, secondo me, lo sarà addirittura se è la cosa che si desidera di più in quell’istante, perché quel timore avrà rovinato il momento che andava invece valorizzato. Una volta una persona mi ha detto che se una cosa si pensa sia sbagliato farla, nonostante si sia già pensato che la si desiderava, si commettono due errori: il primo è aver pensato di desiderare una cosa sbagliata, il secondo è non averla fatta ed aver perso l’occasione di vivere quel desiderio. Non tutto quello che si fa, desiderando effettivamente di farlo, porta a buone conseguenze, ovviamente, ma chi può predire le conseguenze di tutto? Meglio ancora, mi chiederei: in quel momento c’era qualcosa di più sensato da fare? Quando si esce con gli amici e si beve qualche “drink” di troppo, si pensa all’ hangover del giorno dopo. No di certo, anche se sappiamo benissimo che passeremo la giornata successiva a frignare sul divano.

Ogni singola cosa della vita deve essere vissuta per quello che è, ma non con sentimento di rassegnazione, al contrario, come tassello di un puzzle più grande, come paletto di un percorso ambizioso, come una tappa verso la realizzazione di noi stessi. Questa sarà solo l’ennesima visione semplicistica delle cose, detta peraltro da uno che semplice non lo è mai stato (con tutte le accezioni negative che ciò comporta), solo che personalmente non posso pensare di passare un’esistenza vissuta nel lamento e nell’insoddisfazione, ma, a prescindere dal risultato finale, vorrei che fosse vissuta e, siccome la vita è inconfutabilmente una tragi-commedia, chiamo in causa Sir Charlie Chaplin e lascio con questa sua frase:

Canta, ridi, balla, ama e vivi intensamente ogni momento della tua vita, prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi.

Lascia un commento